venerdì 29 gennaio 2010

lo sposalizio del tempo, copertina di maurizio barraco

disegno in copertina maurizio barraco

L’ULTIMO TAORMINA IN LIBRERIA

Se c’è un libro di poesia, tra i troppi che di questi tempi vengono ad affollare i nostri scaffali, che davvero piace avere sempre vicino e maneggiare, questo è Lo sposalizio del tempo (edizioni del Foglio clandestino, Milano,2009), in cui Emilio Paolo Taormina assembla la sua recentissima produzione lirica. Si tratta di poesia pura, anche nel senso con cui Ungaretti affermò la modernità novecentesca – essenzialità o estrema sintesi di immagine e concetto- , ma soprattutto nel senso che essa si fonda sull’uso della parola che, asciutta e disossata da velleitarismi metaforici, costruisce non sull’ampiezza ma sulla parzialità del dettaglio, quello che è parte di noi, che costituisce il reale circoscritto a quanto ci lega e ci fa soffrire.
E’ una poesia straordinaria questa di Taormina: chi la segue da lunghi anni ne registra la omogeneità di toni e di costrutti mai tradita nel tempo – la sua prima raccolta data 1970-, ma ogni volta che si presenta con un nuovo titolo sorprende e vieppiù convince. Perché è sempre posta come in un clima alienato, nel costante rischio della prosa senza mai precipitarvi, e ogni volta vi è evidente una sempre più intensa maturazione di quel sentimento del perduto con cui il poeta filtra il vissuto o lo contempla con disincanto. Il suo spazio è comunque il nostro spazio, cioè noi ci ritroviamo nel pullulare degli oggetti, nelle raffigurazioni della natura, nell’immobilità dei percorsi, tra attesa e morte, che fanno la comune scena del mondo; oppure nella rara rappresentazione, che è tra le pagine, della fin troppo umana contraddizione tra azione e immobilità. E ci ritroviamo restandone piacevolmente, coinvolti perché questo versificare di Taormina consta di un susseguirsi di scene e percezioni che vengono giù l’una dopo l’altra in un ininterrotto fluire che non prevede indugi analitici sul negativo, ma vuole piuttosto condurre in una certa dimensione dell’incompiuto, ove anche le ferite del perduto o la pena della mancanza- che è la sostanza tematica più accentuata di questo libro- trovano rarefazione e catarsi. E in questo gioca anche l’effetto della parola, dosata come a gocce in un canto che procede a scaltre smorzature, nel che è pure la cifra formale della sua originalità.
Elio Giunta